Donato Bilancia: Dal degrado del sottoscala all’ombra della calibro 38
Nonostante avesse già in pugno la Smith & Wesson vinta al Casinò di Sanremo, Bilancia continua per un periodo a recitare la sua parte nel giro delle vecchie amicizie. Il dettaglio più significativo di questa fase di attesa è il suo contributo economico per il matrimonio di Maurizio Parenti: Donato non partecipa alla cerimonia, non va alle nozze, ma collabora generosamente all’acquisto del regalo per i futuri sposi.
È un gesto intriso di ipocrisia, che nasconde una realtà molto più cupa. In quel periodo, infatti, Bilancia vive in un sottoscala degradato, un ambiente misero che riflette il suo isolamento. Questa profonda caduta sociale amplifica a dismisura il suo risentimento: mentre lui sprofonda nel degrado di un’abitazione precaria, vede Parenti costruire una famiglia e una vita “normale”. Quell’amico che lo aveva definito “pollo” ora splende nella sua felicità borghese, finanziata anche con i soldi rubati a Walter nella bisca di Bogliasco.
In questo tempo sospeso — di cui non si conosce la durata esatta tra l’acquisto della pistola e l’inizio della scia di sangue — la rabbia di Donato matura nel silenzio di quel sottoscala. Il “cane rognoso” osserva da lontano, consumato dall’invidia e dalla consapevolezza che quella pistola nascosta cambierà presto tutto. Il regalo di nozze è l’ultimo velo di normalità steso sopra un odio ormai pronto a esplodere: il predatore è pronto a uscire dal buio della sua tana per regolare i conti una volta per tutte.

15 Ottobre 1997: L’omicidio “invisibile” di Giorgio Centanaro
Il primo atto della scia di sangue di Donato Bilancia si consuma in un appartamento di via Gribodo. La vittima è Giorgio Centanaro, figura storica del gioco d’azzardo genovese. Per il magistrato, questo delitto è la “rappresentazione grafica della vendetta”: Centanaro doveva pagare per averlo deriso e truffato nelle bische clandestine.
Il gioco mortale di Walter
Nelle sue confessioni, Bilancia descrive l’approccio con una freddezza inquietante. Non c’è stata una colluttazione immediata, ma un macabro rituale di sottomissione. Walter attira Centanaro in trappola usando lo stesso linguaggio che li aveva uniti: quello delle carte.
”Io gli ho detto che adesso vieni con me, che giochiamo io e te a carte da soli. Si è reso conto della minaccia soltanto quando siamo entrati in casa, quando gli ho detto: ‘Spogliati’. Una volta che si è spogliato, ho cominciato a legarlo… con l’intenzione appunto di ammazzarlo, non di legarlo e basta.”
La scena del crimine e l’inganno perfetto
Dopo averlo umiliato e costretto a spogliarsi, Bilancia lo soffoca con un cuscino. L’azione è così metodica che, quando la Polizia Scientifica interviene, non riesce a scorgere il delitto dietro l’apparente normalità. Gli agenti riferiranno in aula:
”Siamo entrati e abbiamo constatato che c’era una persona distesa a terra, con la pancia rivolta verso il pavimento. Non c’erano segni di forzatura, le finestre erano chiuse e l’appartamento era in ordine. Il cadavere non presentava segni di violenza evidenti.”
L’inizio del mito di onnipotenza
A causa di questa “pulizia” esecutiva, il medico legale archivia il caso come morte naturale per infarto. Questo errore investigativo fu la condanna per le vittime successive: Bilancia capisce che può uccidere senza lasciare tracce. Il “pollo” che volevano spennare era diventato un fantasma capace di uccidere e svanire nel nulla.
L’orgoglio ferito dell’assassino invisibile
Nonostante Bilancia avesse ottenuto il “delitto perfetto”, accadde qualcosa di inaspettato: il suo ego di predatore rimase profondamente ferito. Il fatto che la morte di Centanaro fosse stata archiviata come un semplice infarto lo irritava profondamente. In tribunale, emerse un dettaglio che rasenta l’assurdo:
”Bilancia rimase profondamente irritato dal fatto che il suo primo delitto fosse passato inosservato. In seguito dichiarò di aver persino fatto delle telefonate anonime alla polizia per avvertire che si trattava di un omicidio, ma non fu creduto.”
Voleva la sua firma. Voleva che la polizia sapesse che non era stato il cuore a tradire Centanaro, ma la mano di “Walter”. Questo rifiuto da parte delle autorità di vedere la realtà lo spinse, nei delitti successivi, a essere molto più plateale, violento e rumoroso. Se il silenzio non bastava a renderlo un “dio”, allora il rumore della sua Smith & Wesson calibro 38 avrebbe costretto tutta l’Italia ad accorgersi di lui.
24 ottobre 1997 Donato Bilancia: Il “recupero crediti” di sangue in Via Pascoli
L’omicidio di Maurizio Parenti e Carla Scotto non fu solo un atto di odio, ma un’operazione di “risarcimento” violento. Donato Bilancia agì con la precisione di chi deve chiudere un conto in sospeso, trasformando la scena del crimine in un tragico ufficio di recupero crediti.
Il movente economico: La cassaforte e i 13 milioni
Come confermato dalle ricostruzioni biografiche più autorevoli (Treccani), Bilancia non si limitò a uccidere. Dopo aver immobilizzato la coppia, costrinse Carla Scotto ad aprire la cassaforte dell’appartamento. Da lì rubò circa 13 milioni di lire e diversi gioielli. Per il killer, quel denaro rappresentava la prima rata del “risarcimento” per la truffa subita nelle bische: un modo per riprendersi con la forza ciò che gli era stato tolto con l’inganno.
L’errore delle Superga: Una traccia sul lenzuolo
Uno dei dettagli più celebri e determinanti dell’intero caso giudiziario riguarda le calzature del killer. Per dominare la scena e sparare dall’alto verso il basso, Bilancia salì sul letto dei coniugi. Così facendo, impresse sulle lenzuola le impronte delle suole delle sue scarpe Superga. Quelle tracce, repertate con cura dalla Scientifica, divennero una prova schiacciante durante il processo, smentendo ogni possibile alibi (Corriere della Sera).
La firma biologica: Il DNA nei mozziconi di sigaretta
Nonostante la freddezza mostrata nel gestire l’esecuzione, la tensione nervosa tradì Bilancia. Mentre si trovava nell’appartamento, il killer — fumatore accanito — accese delle sigarette di marca Merit. Lasciò i mozziconi nel portacenere, un gesto che Rai News ha definito il suo errore più grave: su quei filtri rimase intrappolato il suo profilo genetico. Quel DNA, mesi dopo, sarebbe stato incrociato con quello lasciato su una tazzina di caffè, chiudendo definitivamente la caccia all’uomo.
”Come una fontana”: Il finale di un massacro
Dopo aver sparato, Bilancia osservò per l’ultima volta l’orrore che aveva creato. La sua confessione riguardo al rumore del sangue che cadeva dal letto “come una fontana” rimane il simbolo della sua ferocia. In quel momento, mentre fuggiva con i milioni rubati e i gioielli, Bilancia non sapeva di aver appena lasciato dietro di sé le firme (le scarpe e il DNA) che lo avrebbero portato dritto all’ergastolo.
27 Ottobre 1997 Donato Bilancia : L’irruzione in Via d’Aste (Solari Bruno e Pitto Maria Luigia)
Il 27 ottobre 1997, a soli tre giorni dall’omicidio Parenti, Donato Bilancia mette in atto un piano premeditato.
Il tentativo di rapina
Bilancia si introduce nell’abitazione di Solari Bruno e Pitto Maria Luigia con l’obiettivo di procurarsi un ingiusto profitto. Dopo aver raccolto informazioni sulle vittime e aver individuato l’abitazione, l’imputato:
- Utilizza l’inganno per entrare nell’appartamento.
- Minaccia la coppia con la pistola calibro 38 (già indicata nel capo d’accusa precedente).
- Intima loro di non reagire per farsi consegnare quanto contenuto nella cassaforte custodita in casa.
- L’intento non riesce per la reazione delle vittime che cercano aiuto, costringendo l’assassino alla fuga immediata per assicurarsi l’impunità.
L’omicidio
A seguito della reazione di Solari e Pitto, Bilancia pone in essere il disegno criminoso omicida. Agendo con premeditazione, apre il fuoco colpendo le vittime in punti vitali:
- Pitto Maria Luigia: viene attinta da un colpo sparato a distanza ravvicinata nella regione toracica.
- Solari Bruno: viene colpito da tre proiettili che lo raggiungono all’addome, all’emifaccia destra e all’emitorace posteriore sinistro.
13 Novembre 1997: L’esecuzione di Luciano Marro
L’omicidio di Luciano Marro non fu un impulso improvviso, ma un’azione studiata nei minimi dettagli. Bilancia agì con premeditazione: scelse il luogo, osservò a lungo le abitudini della vittima e organizzò meticolosamente le modalità dell’agguato. Una volta entrato in azione, esplose all’indirizzo di Marro tre colpi con il suo revolver, colpendolo mortalmente al petto e alla schiena.
Dal sangue al tavolo verde: Il cinismo del gioco
Ciò che rende la figura di Donato Bilancia ancora più sinistra è ciò che accadeva pochi istanti dopo i delitti. Dopo aver ucciso Marro per aprirsi la strada verso la cassaforte, il killer si impossessò di un bottino ingente: circa 48 milioni di lire (tra valuta italiana e straniera), oltre a due orologi e un anello.
Con il sangue della vittima ancora fresco e il peso di quel tesoro sottratto, Bilancia non cercò rifugio o anonimato. Si diresse probabilmente verso i tavoli da gioco del Casinò o verso le bische clandestine di Genova. Per lui, la vita di Luciano Marro valeva poche ore di adrenalina al tavolo verde; quei milioni servivano esclusivamente ad alimentare una ludopatia che ormai non conosceva più alcun limite morale, trasformando l’omicidio in un semplice strumento di finanziamento per la sua prossima scommessa.
Il metodo dell’asciugamano e la fobia del sangue
Negli omicidi di quel periodo, e in particolare nel delitto di Ventimiglia, emerge un dettaglio tecnico che rivela la complessa psicologia del killer: l’uso della pistola revolver calibro 38 avvolta in un asciugamano (o in un indumento trovato sul posto).
Non si trattava solo di un espediente per attutire il rumore dello sparo. Bilancia soffriva di una vera e propria fobia del sangue: non sopportava l’idea che gli schizzi potessero sporcare i suoi vestiti o, peggio, che la vista della ferita potesse scuoterlo. È il paradosso di un predatore spietato che, mentre preme il grilletto, cerca di “schermare” l’orrore che lui stesso sta provocando per mantenere un’illusoria immagine di pulizia, quasi a voler distanziare se stesso dall’atto finale della morte.
Donato Bilancia e l’omicidio “dell’antipatia”: Il caso di Giangiorgio Canu
Il 25 gennaio 1998, a Genova Sampierdarena, Donato Bilancia compie un salto di qualità nel suo delirio di onnipotenza. La vittima è Giangiorgio Canu, un metronotte di 45 anni. Questo non è solo un delitto per soldi, ma quello che la sentenza definisce un omicidio mosso da motivi abbietti o futili: una ferocia che segna il passaggio alla fase più spietata del killer.
Il movente: Un’occhiata di troppo e la premeditazione
Mentre le vittime precedenti venivano colpite per vendetta o grandi profitti, Canu viene ucciso per un puro capriccio psicologico alimentato da un’attenta pianificazione. Bilancia non agisce d’impulso: nei giorni precedenti l’azione, osserva e studia le abitudini del metronotte e i suoi movimenti sui luoghi di lavoro. Decide che quell’uomo deve morire semplicemente perché ne percepisce l’autorità come una sfida al suo dominio sul territorio.
La sfida “sotto casa”: Il padrone di Sampierdarena
Un dettaglio agghiacciante è il luogo del delitto: Via G.B. Monti. Sampierdarena era il quartiere di Bilancia, il posto dove aveva vissuto e dove conosceva ogni vicolo. Commettere un omicidio a pochi passi da casa, contro un uomo che perlustrava la zona come guardiano notturno, dimostra quanto si sentisse ormai intoccabile. Bilancia sfida la legge nel cuore della sua vita privata, agendo con la sicurezza di un predatore che non teme più di essere riconosciuto.
L’agguato nell’atrio: La tecnica del killer
Secondo la ricostruzione giudiziaria, Bilancia sorprende Giangiorgio Canu nell’atrio di un condominio durante il suo giro di perlustrazione. Qui entra in gioco la solita pistola revolver calibro 38:
- L’esecuzione: Bilancia esplode un unico colpo a distanza ravvicinata, attingendo la vittima direttamente al capo.
- Il furto: Dopo aver ucciso Canu, Bilancia completa l’azione impossessandosi del portafoglio e di quanto in esso contenuto, trasformando un omicidio nato per “odio” in un’occasione di profitto.
- L’ossessione del panno: Per evitare che il riverbero dello sparo o il rumore attirino i condomini in quella zona così familiare, Bilancia usa la propria giacca (o un indumento trovato sul posto) per avvolgere la canna.
Il paradosso del volto coperto
Subito dopo aver fatto fuoco, scatta la sua solita, patologica ossessione: copre il volto della vittima. Come emerso dalle perizie, non è un gesto di pietà, ma l’incapacità di reggere il peso visivo della morte che lui stesso ha inflitto. Coprire Giangiorgio Canu è il tentativo disperato di Bilancia di cancellare lo sguardo di chi, fino a pochi istanti prima, rappresentava l’ordine e la legge nel “suo” quartiere.
Donato Bilancia: L’omicidio di Stela Truya e l’inizio della “pulizia”
Il 9 marzo 1998, la furia di Donato Bilancia cambia tragicamente bersaglio. Dopo aver eliminato uomini per denaro, vendetta o futili motivi, il killer rivolge il suo odio verso il mondo della prostituzione. La vittima che inaugura questa nuova, terribile scia di sangue è Bodejani Almerina, nota come Stela Truya.
L’inganno e il luogo isolato: La dinamica
Secondo quanto stabilito dalla sentenza, Bilancia non agisce d’impulso, ma con una premeditazione meticolosa. Il killer attira la donna in una trappola mortale:
- L’adescamento: Induce con l’inganno la vittima a salire sulla sua autovettura.
- Il luogo del delitto: La conduce a Varazze (Savona), in un luogo isolato scelto preventivamente per agire indisturbato.
- L’esecuzione: Utilizzando la consueta pistola revolver calibro 38, Bilancia esplode un unico colpo letale che attinge Stela Truya direttamente al capo.
La firma della Smith & Wesson e l’aggravante dei motivi futili
Questo omicidio consolida l’uso della Smith & Wesson .38 Special. Con Stela, Bilancia inaugura un modus operandi ancora più spietato: il movente economico sparisce del tutto per lasciare spazio a quelli che i giudici definiscono motivi abbietti o futili. È l’inizio di quella che lui stesso definirà, con agghiacciante distacco, una “pulizia”: un delirio di onnipotenza in cui si sente in diritto di eliminare le donne incontrate lungo la strada.
L’esecuzione silenziosa e l’ora notturna
La sentenza sottolinea come Bilancia abbia approfittato dell’ora notturna e dell’isolamento del luogo per ostacolare ogni possibile difesa, sia pubblica che privata. Con la solita freddezza, il killer usa un indumento per avvolgere la pistola: l’ossessione per la “pulizia” del delitto e il terrore degli schizzi di sangue sono ormai la sua costante psicologica. Stela viene uccisa sul colpo, diventando la prima vittima di una serie che farà piombare la Liguria e l’Aurelia in un clima di terrore senza precedenti.
Donato Bilancia: L’omicidio di Stasiana (Liudmyla Zubskova)
Il 17 marzo 1998, la violenza di Donato Bilancia colpisce ancora lungo la costa ligure. La vittima è Liudmyla Zubskova, una giovane ucraina di soli 22 anni, conosciuta nell’ambiente come Stasiana. Questo delitto rappresenta un’ulteriore conferma della spietatezza del killer, che ormai agisce seguendo un protocollo di morte consolidato e privo di qualsiasi pietà.
L’esecuzione a Pietra Ligure: La dinamica
Bilancia non agisce per impeto, ma con una premeditazione lucida: il killer aveva infatti preventivamente individuato il luogo del delitto e organizzato meticolosamente le modalità dell’azione.
- L’inganno: Come già accaduto per i delitti precedenti, Bilancia induce la vittima a salire sulla propria autovettura, convincendola a seguirlo in un luogo isolato con una scusa.
- L’atto finale: Una volta giunti a Pietra Ligure, in una zona riparata e lontana da occhi indiscreti, il suo delirio di onnipotenza si manifesta nella forma più cupa. Secondo le ricostruzioni processuali, “Walter” costringe la ragazza a inginocchiarsi davanti a lui, in un ultimo, disperato atto di sottomissione.
La Smith & Wesson e il colpo alla nuca
Mentre la giovane è in ginocchio, Bilancia la uccide colpendola con un unico colpo sparato a distanza ravvicinata con la sua pistola revolver calibro 38 Special. L’arma attinge la vittima direttamente alla nuca (regione nucale), provocando una morte istantanea. È un’esecuzione a sangue freddo che ricalca il modus operandi più spietato del serial killer: privare le proprie vittime della dignità prima di privarle della vita.
La verità dei fatti e l’aggravante del tempo
Dopo il delitto, il corpo di Liudmyla viene abbandonato nell’oscurità e verrà ritrovato solo il giorno seguente, il 18 marzo. La sentenza sottolinea l’aggravante di aver agito per motivi abbietti o futili e di aver approfittato delle circostanze di tempo e di luogo (l’ora notturna e la zona isolata) per ostacolare ogni possibile difesa. Questo caso conferma la fase di massima pericolosità di Bilancia, ormai totalmente padrone di un rituale di morte che non cerca alcuna giustificazione economica, ma solo l’esercizio di un potere assoluto sulla vita altrui.
Donato Bilancia: L’omicidio di Enzo Gorni e il valore di una vita
Il 20 marzo 1998, a Ventimiglia, nella frazione di Latte, Donato Bilancia consuma uno dei suoi delitti più spietati. La vittima è Enzo Gorni, un cambiavalute la cui fine è segnata da una sequenza di eventi che le testimonianze dei familiari rendono straziante.
L’ultimo sguardo e l’esecuzione
Grazie alle parole del cognato di Enzo, presente sulla scena, possiamo ricostruire quegli istanti con precisione cinematografica. L’uomo entra nell’ufficio e vede Enzo in piedi con Bilancia. Enzo lancia un’occhiata al cognato, un cenno con gli occhi che è un disperato avvertimento: “Non entrare”.
Pochi secondi dopo, l’orrore descritto nel capo d’accusa 14. Bilancia, agendo con una premeditazione meticolosa dopo aver studiato le abitudini della vittima e il luogo del delitto, scatena una furia balistica impressionante:
- L’esecuzione: Esplode all’indirizzo di Gorni ben cinque colpi con la consueta pistola revolver calibro 38.
- La ferocia: La precisione è agghiacciante. Quattro colpi sono indirizzati al capo e uno alla regione toracica, non lasciando alla vittima alcuna possibilità di scampo.
Il testimone vede la fiammata e Bilancia uscire “tranquillo”, mantenendo una calma glaciale anche di fronte alle grida: “Bastardo, ti ho visto!”.Il destino e l’insalata di riso
Dietro la cronaca giudiziaria c’è la vita spezzata di un uomo. La moglie Elena lo aveva convinto a chiudere prima con una promessa: “Ti ho preparato l’insalata di riso, vieni che ti piace”. Enzo aveva sorriso e aveva ceduto. Ma a casa, per cena, non è mai arrivato. Quel sorriso è stato l’ultimo regalo alla moglie prima di incontrare il suo assassino.
Il bottino del “Giocatore”
Mentre il cognato cercava rifugio urlando “Chiudete, è armato!”, Bilancia si era già dileguato con il denaro necessario per correre al casinò. Il killer aveva costretto Gorni a fargli accedere alla zona della cassaforte sotto la minaccia della calibro 38.
Mentre la sottrazione era ancora in corso, Bilancia ha aperto il fuoco. Il bottino finale, per il quale Enzo ha perso la vita, ammontava a:
- 14.600.000 lire in valuta italiana.
- 52.040 franchi francesi.
- Altri importi minori in valuta estera.
Per Bilancia, la vita di un uomo valeva solo il tempo di una puntata. La ferocia di esplodere quattro colpi al viso di una persona per circa 15 milioni di lire complessivi è la prova della deriva del killer: non era più un rapinatore, ma un uomo che uccideva per l’impulso immediato di sedersi ai tavoli da gioco quella sera stessa. La vita di Enzo, il suo sorriso per l’insalata di riso, l’avvertimento lanciato al cognato con gli occhi… tutto questo per Bilancia era solo un ostacolo tra lui e il tavolo verde.
Nota sull’identità della vittima: Sebbene in molti atti e cronache il cambiavalute ucciso il 20 marzo a Ventimiglia sia indicato come Edoardo Gigliola, il dibattimento processuale trasmesso da Un Giorno in Pretura e le confessioni dirette di Bilancia identificano la vittima come Enzo Gorni. Questa sovrapposizione di nomi è tipica della confusione che ha regnato nelle indagini preliminari del caso Bilancia.
Donato Bilancia: La notte di sangue a Novi Ligure e il miracolo di Lorena
L’incontro e l’arrivo alla villa
Tutto inizia il 24 marzo 1998 intorno alle 2:30 del mattino, nella frazione della Barbellotta a Novi Ligure. Lorena è sul suo luogo di lavoro quando viene avvicinata da una Mercedes. Al volante c’è un uomo che le chiede cosa faccia e cosa voglia. Lorena è chiara fin da subito: “Io gli ho detto: ‘Transessuale, ti va bene?‘”. L’uomo fa un cenno di assenso, ma Lorena percepisce che qualcosa non va: “A me sembra che non se ne sia accorto… io l’ho fatto capire a modo mio, certi uomini capiscono e altri no. Lui? Non lo so”.
L’incontro e la trappola di Villa Aurora
Dopo un breve tragitto, l’uomo imbocca l’ingresso di una villa sulla strada statale. Lorena non ha mai visto quel posto e si insospettisce subito quando lo vede oltrepassare un cancello e addentrarsi lungo una stradina isolata.
Lui cerca di rassicurarla con voce calma: «Non aver paura», giustificando il luogo isolato come una «villa in riparazione». La visibilità è scarsa; l’uomo tiene le luci basse e Lorena riesce a scorgere solo le sagome degli alberi che stringono la carreggiata. La trappola scatta definitivamente quando l’auto si ferma incastrata vicino a un albero, una manovra calcolata che impedisce a Lorena di aprire la portiera dal suo lato.
La trasformazione: “La faccia da porco”
Bilancia agisce con premeditazione, avendo scelto quel luogo per agire indisturbato. Quando Lorena toglie la sua pelliccia di lince bianca e rimane seminuda, l’atmosfera cambia drasticamente. Lorena nota una trasformazione inquietante: «Gli è diventata la faccia da porco… aveva lo sguardo da pazzo e iniziava ad agitarsi». Quando lei chiede i soldi prima di continuare, lui ringhia: «Non farmi arrabbiare. Tanto qua non c’è nessuno che ti può difendere».
Il gioco per il tempo e i “fari” della salvezza
Lorena capisce che deve guadagnare tempo. Nota il calcio della pistola calibro 38 nella portiera e decide di assecondarlo per non farlo esplodere: «Allora visto che è così, divertiamoci». Tenta di distrarlo, accorgendosi che l’uomo non è nemmeno eccitato. In quel momento, l’oscurità viene squarciata dai fari di una pattuglia della “Vigile Notturna”. Lorena pensa: «Pace, sono salva».
Il massacro dei metronotte
Lorena urla con tutto il fiato che ha: «Stai attento che questo qua è matto!», ma i due agenti la zittiscono, convinti di gestire un normale controllo. Bilancia scende dall’auto e, per assicurarsi l’impunità, scatena l’inferno esplodendo sei colpi:
- Candido Randò: colpito per primo al torace.
- Massimiliano Gualillo: raggiunto da tre proiettili alla regione ipocondriaca, al labbro e alla spalla.
- L’orrore finale: Mentre i corpi sono già a terra, Bilancia si avvicina ed esplode un colpo al capo a ciascuno dei due agenti.
La colluttazione e il “Click” della salvezza
Mentre Lorena scappa nel fango, Bilancia la raggiunge e le sussurra: «Dove credi di scappare?». Le punta la pistola alla tempia e preme il grilletto, ma sente solo dei “Click”: ha esaurito le munizioni. Ne nasce una colluttazione disperata a terra. Bilancia riesce a esplodere altri due colpi contro di lei: uno la colpisce alla mano sinistra e l’altro all’addome. Nonostante le ferite, Lorena non smette di lottare. Bilancia, furioso, la colpisce alla testa col calcio della pistola e fugge.
L’ultimo grido alla radio
Sanguinante, Lorena si trascina verso l’auto dei metronotte, prende la radiolina e lancia l’allarme: «I tuoi colleghi sono morti, chiamate l’ambulanza, io sto morendo!». La sua forza incredibile e la sua testimonianza diventeranno la prova regina del processo, segnando l’inizio della fine per Donato Bilancia.
Donato Bilancia: L’omicidio di Tessy Adodo e la trappola del DNA
Il 29 marzo 1998, a soli cinque giorni dal massacro dei metronotte e dal ferimento di Lorena, la scia di sangue di Donato Bilancia arriva a Cogoleto, in località Molinetto. La vittima è Edoghaye Evelin Esohe, conosciuta come Tessy Adodo, una donna nigeriana di 28 anni. Questo delitto segna la fine di una fase: sarà l’ultima volta che il killer colpirà una prostituta in strada prima di spostare la sua furia sui treni.
L’esecuzione nel sottopasso: La dinamica
Secondo quanto stabilito dalla sentenza, Bilancia agisce con una premeditazione meticolosa. Induce con l’inganno la donna a salire sulla sua autovettura per condurla in un luogo isolato, scelto preventivamente per garantirsi l’impunità. La dinamica dell’omicidio è brutale:
- L’azione: Utilizzando la consueta pistola revolver calibro 38, Bilancia esplode all’indirizzo di Tessy Adodo ben tre colpi.
- La sequenza letale: Un proiettile attinge la donna al ginocchio, probabilmente per impedirle ogni tentativo di fuga, mentre gli altri due colpi vengono esplosi direttamente al capo, stroncandone la vita istantaneamente.
- Le aggravanti: Il killer approfitta dell’ora notturna e dell’isolamento del luogo, agendo per motivi definiti dai giudici come abbietti o futili.
La firma involontaria: Le prove repertate
Nonostante la crescente pressione delle forze dell’ordine, Bilancia commette in questa occasione un errore che si rivelerà fatale per la sua cattura. La Scientifica lavora nel sottopasso con estrema precisione, isolando reperti fondamentali:
- Tracce biologiche e le sigarette Merit: Accanto al corpo della vittima vengono ritrovati dei mozziconi di sigaretta di marca Merit. Su questi resti, il killer lascia involontariamente il suo profilo genetico: tracce di saliva da cui i laboratori estraggono un profilo di DNA maschile. Sarà proprio questo DNA a incastrarlo definitivamente dopo il fermo.
- Perizia Balistica: I bossoli e i proiettili rinvenuti a Cogoleto confermano che l’arma utilizzata è la stessa calibro 38 che ha seminato morte a Novi Ligure e negli omicidi precedenti.
Il “Killer della calibro 38” ha un profilo genetico
Grazie ai rilievi effettuati sul caso di Tessy Adodo, gli inquirenti sanno di trovarsi di fronte a un unico, feroce serial killer. Il “Killer della calibro 38” ha finalmente un profilo genetico certo. Manca ancora un nome e un volto, ma la cattura di Donato Bilancia è ormai solo una questione di tempo e di un incrocio di dati che non gli lascerà scampo.
3 Aprile 1998: Il tentato omicidio di Luisa Ciminiello (Sanremo)
Mentre la psicosi del “mostro” inizia a dilagare, Donato Bilancia mette in atto un piano che si discosta dal suo solito raggio d’azione stradale. L’obiettivo è Luisa Ciminiello. La scena del crimine è l’interno della sua abitazione a Sanremo.
La dinamica: l’intento omicida predeterminato
Bilancia legge gli annunci sul giornale: il suo scopo è trovare una donna italiana da uccidere. Contatta la Ciminiello e si introduce nel suo appartamento. Inizialmente finge di non avere il denaro richiesto e dice di dover prelevare. In realtà, esce solo per controllare che la zona sia tranquilla e rientra armato di pistola, già deciso a compiere il delitto.
Sotto la minaccia dell’arma, sottrae alla vittima 200.000 lire e le ordina di consegnargli l’orologio Rolex. Tuttavia, l’intento del killer non è la rapina in sé: il nesso teleologico indica che la volontà di uccidere era preesistente e deliberata. Bilancia non uccide per coprire il furto, ma colpisce con una determinazione omicida autonoma.
La foto e il citofono: il delitto interrotto
Bilancia ordina alla donna di inginocchiarsi. Luisa Ciminiello reagisce mostrando la foto di un bambino. Gli dice che è suo figlio — anche se in realtà si tratta del suo nipote maschio — e lo supplica. Questo dettaglio colpisce profondamente il killer, toccando un nervo scoperto della sua infanzia. Contemporaneamente, una terza persona suona al citofono, interrompendo l’azione.
Bilancia si blocca e fugge. Scendendo le scale, incrocia la persona che aveva citofonato. Poco dopo, telefona alla vittima per scusarsi e chiederle di non denunciarlo. Nelle confessioni successive, Bilancia confermerà che la sua intenzione era fin dall’inizio quella di togliere la vita alla donna:
“Lei si è salvata perché mi ha parlato del bambino. Se no l’ammazzavo di sicuro, ma proprio matematico, perché io ero partito per ucciderla.”
Nota storica: Omonimie e confusioni giornalistiche
È importante non confondere questo episodio con altre aggressioni avvenute in quel periodo (come quelle ai danni di prostitute nelle serre o in strada). Molte ricostruzioni mediatiche tendono a sovrapporre i nomi delle sopravvissute, ma i documenti della Procura confermano che il 3 aprile il bersaglio fu la Ciminiello nel suo appartamento di Sanremo.
12 Aprile 1998: Il delitto dell’Intercity 703 (Tratta La Spezia – Venezia)
Il giorno di Pasqua del 1998 segna l’inizio della psicosi collettiva più grave della storia criminale italiana. Donato Bilancia si reca alla stazione di Genova Brignole. Qui sale sull’Intercity delle 16:00, partito da La Spezia e diretto a Venezia. Quel vagone ferroviario sta per trasformarsi in una trappola mortale.
L’infermiera e il “Passepartout” del killer
In prima classe viaggia Elisabetta Zoppetti, un’infermiera di 32 anni dell’Istituto dei Tumori di Milano. La sua presenza su quel treno è frutto di un destino crudele: quel giorno Elisabetta non doveva lavorare. Aveva però accettato di coprire il turno di una collega, prendendo il suo posto per il servizio serale. Dopo aver passato la mattinata in famiglia, sta quindi rientrando in città.
Bilancia percorre i vagoni di prima classe, osserva i passeggeri e si siede. Quando Elisabetta si alza per andare in bagno, lui aspetta un minuto e poi la segue. Durante il processo, emergeranno dettagli inquietanti sulla sua preparazione:
- La chiave quadra: Bilancia utilizza una chiave specifica, identica a quelle in dotazione al personale delle Ferrovie dello Stato. Questo strumento gli permette di aprire la porta della toilette dall’esterno in pochi secondi.
- L’esecuzione: Colpisce la vittima di sorpresa. Per smorzare il rumore dello sparo e contenere le tracce ematiche, le copre la testa usando la giacca e il maglioncino della donna stessa. Poi spara a bruciapelo con la sua calibro 38.
Il furto e la fuga verso Genova
Dopo l’omicidio, Bilancia prende la borsa della donna. Trattiene alcune banconote e il biglietto del treno. Compie poi un gesto calcolato: riporta la borsa al posto dove Elisabetta era seduta e la abbandona lì.
Il killer scende alla stazione di Voghera, cambia treno e torna a Genova. Una volta in stazione, compie un gesto di agghiacciante normalità: chiama i suoi genitori per fare loro gli auguri di Pasqua.
Una notizia di portata nazionale
Il corpo di Elisabetta Zoppetti viene scoperto solo all’arrivo del convoglio a Venezia Santa Lucia. Il delitto occupa immediatamente le prime pagine di tutti i giornali. La notizia diventa un caso nazionale. L’idea che un assassino possa aprire le porte dei bagni dei treni distrugge il senso di sicurezza di milioni di viaggiatori.
La notte tra il 13 e il 14 aprile: L’ombra di Bilancia a Pietra Ligure
Mancano solo dieci giorni alla fine della sua corsa, ma l’Italia ancora non conosce il volto di Donato Bilancia. È la notte tra il 13 e il 14 aprile 1998. Il killer è in uno stato di agitazione febbrile: solo quarantotto ore prima ha violato la sacralità del giorno di Pasqua uccidendo Elisabetta Zoppetti sul treno per Venezia. Eppure, non è ancora sazio.
L’inganno della normalità
A Pietra Ligure, nel silenzio della Riviera di Ponente, Bilancia incrocia Valbona Mema, conosciuta come Kristina. Non c’è bisogno di forza o minacce per convincerla a salire sulla sua Mercedes nera. Bilancia sa come muoversi: appare come un cliente dai modi gentili, quasi rassicuranti, e si mostra “munifico” nel pagare. È proprio questa maschera di generosità e normalità a rendere l’adescamento tragicamente facile. Kristina non vede un predatore, ma un cliente facoltoso che non dà alcun segnale di allarme. Si fida di quella cortesia apparente e lo segue verso quello che crede essere un normale incontro di lavoro in un luogo tranquillo.
Questo particolare rende la storia ancora più agghiacciante, perché mostra come lui manipolasse la percezione delle vittime prima di trasformarsi nel loro carnefice.
La trappola preparata
Bilancia non sta improvvisando. Come emergerà poi negli atti giudiziari, quel luogo isolato tra le ombre della notte non è stato scelto per caso: è un teatro di morte già studiato. Mentre l’auto si ferma nel buio, lontano dalla vista di chiunque, il killer mette in atto il suo rituale. Estrae la calibro 38, la stessa che sta seminando il terrore in tutta la Liguria, e spara. Un unico colpo, secco, alla testa.
Kristina muore così, nel silenzio di una notte di aprile, vittima di un uomo che ormai uccide per motivi che la legge definirà “abbietti e futili”, ma che nel buio di quella strada somigliano solo a una spaventosa onnipotenza.
Un killer senza freni
Questo omicidio racconta la fase più oscura di Bilancia: quella in cui il “killer delle prostitute” e il “mostro dei treni” diventano un’unica, inafferrabile minaccia. Colpisce ovunque, cambia bersaglio, si sposta freneticamente. Dopo aver lasciato il corpo di Kristina a Pietra Ligure, Bilancia scompare di nuovo nel buio, pronto a colpire ancora su un treno solo quattro giorni dopo.
18 Aprile 1998: L’orrore sul treno Genova-Ventimiglia
Mentre le forze dell’ordine pattugliano le stazioni e la paura corre lungo i binari, Donato Bilancia colpisce ancora. Questa volta la sua vittima è Maria Angela Rubino, 32 anni. È il delitto che più di ogni altro mostrerà alla Procura il lato profondamente deviato e feticista dell’assassino.
L’agguato nel vagone
Bilancia agisce con una precisione ormai collaudata. Sul treno regionale 2888 Genova-Ventimiglia, individua Maria Angela mentre entra nella toilette. Non c’è lotta, né forzatura: il killer utilizza quella chiave precedentemente preparata che gli permette di violare l’unico spazio di difesa della donna.
Entra nel bagno e, a distanza ravvicinata, esplode un unico colpo alla tempia con la sua calibro 38. Maria Angela muore sul colpo, per quello che la legge definirà un motivo “abbietto o futile”, ma che nella mente di Bilancia è l’ennesima dimostrazione di potere.
L’atto di oscenità: il feticismo sul cadavere
È ciò che accade dopo lo sparo a sconvolgere gli inquirenti. Come descritto nel terribile, Bilancia non abbandona immediatamente la scena. In un delirio di onnipotenza e degradazione, commette atti di oscenità sul corpo della vittima. Si masturba davanti al cadavere e utilizza gli abiti della donna per pulirsi.
Questo dettaglio, tecnicamente inquadrato come vilipendio di cadavere, non è solo un atto di depravazione, ma la traccia che lo condannerà. In quegli istanti di follia feticista, Bilancia lascia sul corpo e sugli indumenti di Maria Angela Rubino una quantità massiccia di materiale biologico.
La fine del predatore
Le tracce di sperma e DNA repertate sul treno a Ventimiglia saranno il sigillo finale. Quando gli inquirenti metteranno a confronto queste tracce “fresche” con quelle dei mozziconi di sigaretta e, infine, con la famosa tazzina di caffè, la maschera di Donato Bilancia cadrà per sempre.
20 Aprile 1998: L’omicidio di Giuseppe Mileto (Santo Stefano al Mare)
A soli due giorni dall’orrore del treno a Ventimiglia, Donato Bilancia torna a colpire per denaro, ma questa volta la sua freddezza lascia spazio a una reazione rabbiosa e scomposta. La vittima è Giuseppe Mileto, dipendente dell’area di servizio “IP” a Santo Stefano al Mare.
La dinamica: La rapina e la vendetta
L’intento iniziale è la rapina. Sotto la minaccia della calibro 38, Bilancia costringe Mileto a consegnare l’incasso: circa 2 milioni di lire. Tuttavia, qualcosa va storto per il killer. Mileto non subisce passivamente: riesce ad avvertire della rapina in corso alcune persone.
La furia dei cinque colpi
È a questo punto che scatta la rappresaglia omicida. Per assicurarsi l’impunità e punire la vittima per aver dato l’allarme, Bilancia non spara un solo colpo come suo solito, ma scarica l’arma contro l’uomo:
- Cinque colpi esplosi a distanza ravvicinata.
- Quattro proiettili colpiscono il torace.
- Un quinto colpo raggiunge la regione ipocondriaca sinistra.
Mileto muore sul colpo sotto questa pioggia di piombo. Bilancia si dà alla fuga, abbandonando il luogo del delitto con il bottino, ma lasciando dietro di sé una scena del crimine che parla di un assassino ormai alle strette e sempre più violento.
Il valore giudiziario del delitto Mileto
Negli atti, questo omicidio è legato a doppio filo alla rapina attraverso il nesso teleologico: Bilancia uccide per completare il furto e per garantirsi la fuga. Geograficamente, il delitto a Santo Stefano al Mare conferma che il killer si sta muovendo ossessivamente lungo l’asse stradale e ferroviario della Riviera di Ponente, tra Imperia e il confine francese.
Fonti utilizzate per la ricostruzione
Verbali udienze: Portale Penale.it
Archivio RAI: Un Giorno in Pretura, Il Caso, Stelle Nere